Il Castello di Gravina in Puglia: da Federico II di Svevia ai giorni nostri

Castello di Federico II di Gravina in Puglia
Castello di Federico II di Gravina in Puglia

Sono rimasti solo pochi ruderi del Castello di Gravina in Puglia, costruito nel XIII secolo da Federico II di Svevia. Questi ruderi, però, ancora oggi riescono a raccontare molto di questo antico territorio. La situazione politica ed economica di Gravina è stata più volte capovolta a causa di numerose guerre, che hanno segnato la storia di questa città.

Nel 1220 Papa Onorio III incoronò a Roma Federico II, erede e successore di Enrico VI e di Costanza sui troni di Germania e di Sicilia. Federico II, insieme allo scultore e architetto fiorentino Fuccio, viaggiarono attraverso tutte le provincie del Regno per conoscerne le condizioni ed edificare forti e castelli nei luoghi per lui più strategici.

I due giunsero a Gravina in Puglia nel 1223. Qui notarono la numerosa presenza di famiglie nobili e il favore che la città aveva dimostrato nei confronti di Enrico VI nella lotta contro Tancredi di Lecce. Inoltre, Gravina era stata anche capoluogo di Contea, quindi un importante centro militare e politico, perciò rivelava un buon potenziale strategico.

Lo Stupor Mundi attraversò anche i boschi e le campagne di Gravina, così ricchi di flora e fauna, che in un antico documento, conservato nella biblioteca Finya e intitolato ragguaglio per la Università ed uomini di Gravina, risulta che l’Imperatore definì questa città “Giardino di delizie”.

A quell’epoca le terre di Gravina in Puglia erano fertili, folte di molte specie vegetali, popolate da armenti e selvaggina, piene di sorgenti di acqua potabile. Federico II si fermò su un colle, uno dei tanti e pittoreschi, ornati da pampini e ulivi, in un area chiamata “Pescara”.

Questo nome derivava da un lago artificiale situato nella zona. Il lago, ricco di trote e anguille, si trovava all’inizio del burrone la Gravina, ospitava pascoli di bufali, forniva pesce fresco per l’Università e, grazie a un mulino, riusciva a raccogliere e trattenere le piogge che scorrevano dall’Alta Murgia e dagli altri colli.

Un bosco, chiamato Selva, si trovava a poca distanza dal lago e riuniva caprioli, cervi, daini, stambecchi e selvaggina comune. L’Imperatore riservava per sé l’accesso a questo luogo, in cui si recava per cacciare, soprattutto con il falco, del quale nutriva una grande passione.

Federico II pensò che il colle sul quale si fermò fosse il luogo ideale per erigere un nuovo maniero. Quindi, diede a Fuccio l’incarico di concepirlo, nello stile romanico-pugliese del tempo, circondato da un parco per l’uccellagione. L’architetto seguì le impronte delle altre fortificazioni sveve presenti in tutto il Regno e progetto il Castello di Gravina in funzione di dimora per l’Imperatore e di difesa per il territorio circostante.

Federico conosceva bene la storia di Gravina in Puglia. Sapeva dei numerosi assedi subiti e delle rivolte interne scatenate dai cittadini e, soprattutto, dagli stessi feudatari. La città era situata a valle e sprovvista di strumenti di controllo che allertassero la popolazione in caso di assalti nemici. Il Castello Svevo serviva a colmare questa lacuna, fungeva da vedetta avanzata. Veniva presidiato giorno e notte da un castellano, una guarnigione di soldati e falconieri; conservava armi, munizioni e vettovaglie.

Lo Svevo soggiornò la prima volta nel Castello di Gravina in Puglia nel giugno del 1227. Da altri documenti curati da Winkelman risulta che vi alloggiò anche nel 1234 e nel 1241.

Nel 1234 Federico II elesse Gravina a sede della Curia Generale di Puglia, Basilicata e Capitanata: una specie di Corte d’Appello che si teneva nella sede prestabilita due volte l’anno – nei primi giorni di maggio e di novembre – e durava da due a quindici giorni. Era presieduta da un giudice e quattro probiviri del luogo, che si occupavano di risolvere casi di ingiurie e danni recati dagli ufficiali imperiali a chiunque.

La scelta di Gravina per la costruzione di un maniero imperiale e come sede della Curia Generale spiega la riconoscenza dei gravinesi nei confronti di Federico II; a lui attribuiscono il motto Grana dat et vina – clara urbs Gravina, scolpito sulla Porta di San Michele.

I ruderi del Castello di Gravina in Puglia e due documenti del 1309 e del 1608 ci fanno capire che il maniero era lungo 58,50 metri e largo 29 metri. Era suddiviso in tre piani e il portale d’ingresso, in pietra scolpita e sormontato dall’insegna Sveva, si trovava sulla facciata est.

Sull’ingresso, al centro della facciata est, si elevava una torre, con terrazza e mura merlate. Il cortile interno era in parte coperto e in parte scoperto, dava accesso alla scuderia, al forno, ai magazzini, alle celle, al tinello, al lavandaio, alla cucina e ad altre stanze.

All’interno della facciata ovest c’era un porticato in pietra con volta ad archi, dal quale si accedeva a una loggia; sulla facciata interna sinistra la scala regia raggiungeva l’armezzato, destinato alla falconeria e agli alloggi per il personale del castello. Dalla scala regia si saliva fino al piano nobile, illuminato da finestre bifore.

Il piano nobile era composto da un’ampia sala centrale situata a ovest, avvolta da diversi ambienti che percorrevano i lati del castello fino a congiungersi alla torre centrale a est, in cui c’era una cappella dedicata a Santa Caterina. Dall’altra parte, a ovest, le finestre e la terrazza consentivano la vista della Gravina, dell’Alta Murgia e dei monti Calabro-Lucani.

Il Castello di Gravina in Puglia, anche dopo l’arrivo degli angioini nel Sud Italia, continuò ad avere un ruolo strategico e militare rilevante. Fino alla metà del XIV secolo era ben custodito da una guarnigione di soldati e in ottimo stato. Purtroppo, subì gravi danni a causa delle potenti scosse del terremoto che nel 1456 fece tremare tutto il Regno.

Si sa poco dello stato di salute del Castello Svevo di Gravina dopo il terremoto. Forse rimase in parte disabitato, ma un documento del XVII secolo dichiara che il maniero era rovinato, ma molte parti erano ancora in buono stato di conservazione.

Il Castello di Gravina in Puglia a quell’epoca era circondato da vigne, campagne e boschi. Tutto il territorio, chiamato “Amendolara”, era ormai di proprietà della corte feudale, non più del regio fisco. Dal seicento in poi il maniero andò gradualmente in rovina.

Il XVII secolo fu disastroso per l’economia di Gravina: il Duca Filippo Bernaldo Orsini, che in quel periodo possedeva la città, era dispotico, in conflitto con il clero e l’intero comune; forse, a lui fu assegnata anche l’antica dimora di Federico II.

Nella prima metà del XVII secolo gli Orsini di Gravina abitarono a Napoli, a causa del mal governo degli amministratori delegati, ma soprattutto per via delle difficoltà economiche in cui si trovavano i feudatari. Così il Castello venne abbandonato e ridotto a cava per gli abitanti della città vicina, che asportavano tutto quello che gli serviva causando danni irreversibili.

Il 7 febbraio del 1687 si aggiunse anche un violento nubifragio, che distrusse quasi completamente il Castello di Gravina. Nel 1734 era già un ammasso di ruderi; infatti, le truppe austriache, di passaggio nella città, preferirono sostare presso la chiesa della Madonna della Grazia piuttosto che nel Palazzo Svevo: poco distante, ma in pessimo stato.

Il maniero, dal seicento fino al 1806 appartenne agli Orsini. Dopo l’abolizione della feudalità passò alla famiglia Pomarici Santomasi, che lo donò con tutti i suoi beni alla Fondazione che porta il nome del Barone Ettore Pomarici Santomasi.

Dalla seconda metà del XIX secolo il Castello di Gravina in Puglia venne studiato da diversi storici; in particolare da H. W. Schultz nel 1860 e da Emile Bertaux all’inizio del XX secolo. Nella seconda metà del secolo scorso degli interventi di restauro hanno permesso di preservare i ruderi del maniero, oggi utilizzato come location per spettacoli artistici e culturali.


Per visitare il Castello Svevo di Gravina in Puglia visita il sito della Fondazione Ettore Pomarici Santomasi. Da lì puoi prenotare una visita guidata al Castello e al Museo della Fondazione.

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